1865 (?). Brano di lettera non datata: Davide Terracini sull’«indifferentismo religioso»

Percorso: Rabbino Davide Terracini

Dati:
mittente: Davide Terracini
destinatario: Giuseppe Levi, fondatore e direttore dell’Educatore Israelita (?)
oggetto: riflessioni sulla condizione attuale dell’Ebraismo in Italia in seguito all’emancipazione

La minuta è redatta all’interno di un piccolo quaderno. È priva di data e di destinatario. Dalle lettere che precedono e seguono è probabile che la presente sia stata vergata da Terracini nel corso del 1865. Una menzione particolare dell’Educatore Israelita e l’esortazione del Rabbino Maggiore di Asti rivolta al misterioso destinatario a «favorirmi il suo savio avviso in uno coll’amato Pontremoli», inducono a credere che si tratti del fondatore del periodico citato, Prof. Giuseppe Levi di Vercelli. Tuttavia, questa resta un’ipotesi.
Terracini affida alla carta una lucida quanto accorata descrizione della profonda crisi che stava attraversando l’Ebraismo italiano. Ovunque si osservava l’indifferenza mostrata da sempre più numerosi correligionari per le tradizioni dei padri, un «delirio d’assimilazione straniera». Da più di 15 anni, infatti, gli ebrei piemontesi erano entrati a far parte della società civile. Molti rabbini avevano salutato la parità di diritti come l’occasione a lungo attesa di poter rivendicare la propria identità ad un tempo di ebrei ed italiani, senza dover rinunciare ad una delle due componenti. Tuttavia, per molti l’emancipazione civile aveva assunto il volto di un’«emancipazione religiosa», ovvero l’osservanza della religione dei padri stava subendo un progressivo ed apparentemente inarrestabile declino, cancellando la «fisionomia Israelitica» degli ebrei piemontesi e, più tardi, italiani. L’identità ebraica si caratterizzava negativamente, ovvero come non-cristiani e non-musulmani.

Per questa situazione Terracini ammette la responsabilità parziale dei rabbini, che non hanno saputo tener alta nei fedeli la stima per l’autorità rabbinica. La causa di tale declino in prestigio, secondo il Rabbino Maggiore d’Asti, risiedeva nell’isolamento cui i rabbini si erano spontaneamente relegati, non consultandosi tra loro su questioni rituali, non coltivando costantemente quegli studi religiosi necessari all’esercizio del loro sacro ministero; non costituivano, dunque, un corpo coeso che illuminasse il giusto sentiero da intraprendere. Il danno era tanto più evidente nel caso di molti giovani rabbini, che emettevano sentenze frutto di scarsa erudizione e di manifesta inesperienza.
Cionondimeno, per Terracini questa non è la ragione più grave. Egli identifica la causa primaria di tale «dissesto delle coscienze e del culto» nell’emancipazione civile. «[…] nel campo religioso si è più disfatto in tre lustri da noi [dal 1848, anno in cui Re Carlo Alberto di Savoia concesse la parità di diritti civili, poi anche politici a tutti gli ebrei del Regno], che non in dodici in Francia ed altrove», afferma il rabbino astigiano. Il fascino magnetico della modernità contagia gli ebrei piemontesi, che pur legittimamente – Terracini lo riconosce – desiderano far parte della società civile; ciò che i rabbini non avevano previsto fu la rapidità con la quale molti dei loro fedeli furono disposti a sacrificare l’ortodossia, non solo tra i giovani, ma tra i loro stessi padri.

Per contrastare questa deriva assimilatoria, il Rabbino Maggiore esorta i suoi colleghi a far sentire la propria voce contro le violazioni in atto dei precetti religiosi. Tuttavia, tale protesta non deve aver carattere individuale, ma collettivo, perché abbia maggior forza persuasiva; deve, dunque, giungere da un «consesso rabbinico», idea per la quale Terracini si batte strenuamente ad entrambi i Congressi di Ferrara e Firenze e che tenta pervicacemente di promuovere tra i suoi colleghi. Desta interesse il fatto che Terracini non faccia menzione in questo brano di lettera del problema della restaurazione del culto – per Terracini come per Mortara il termine “riforma” non è un’opzione, dal momento che esso richiamava direttamente lo scisma riformato tedesco dell’inizio del secolo.

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